The Raven
Regia: James McTeigue
Anno: 2012
Voto: 5/10
Ennesima riproposizione cinematografica delle opere di Edgar Allan Poe. Un killer copycat rovescia il calamaio ed inonda le strade di Baltimora d’inchiostro rosso sangue.
Questo film è un remake (il quinto, per l’esattezza) del cortometraggio The Raven, diretto da regista ignoto, esattamente cento anni fa. Al Corvo del 1912 hanno fatto seguito il The Raven di Charles Brabin (1915), quello diretto da Lew Landers nel 1935 (prima versione col sonoro) e quello diretto da Roger Corman nel 1963, su sceneggiatura di Richard Matheson (wow!) e con un cast di rilievo che annoverava Vincent Price, Peter Lorre E Boris Karloff (unica pecca: il film di Corman non ha niente a che fare con l’opera di Edgar Allan Poe).
Tutti i titoli succitati non sono da confondere con Il corvo diretto da Alex Proyas nel 1994, che è tratto dall’omonimo fumetto di James O’Barr (è il film con Brandon Lee, prima vivo nella realtà, ma morto nel film – poi morto nella realtà, ma vivissimo nel film).
Tutto ha inizio con un improbabile Edgar Allan Poe (“improbabile” perché interpretato da John Cusack), stravaccato su una panchina, sotto la neve che fiocca copiosa. E’ l’inizio. E anche la fine.
E’ dai tempi di Orson Welles che alcuni registi giocano con la “fine” piazzata all’”inizio” del film (un esempio illustre è Apocalypse Now di Coppola, che esordisce sulle note di This is the end dei Doors).
E’ una sorta di citazione dei grandi della settima arte, un escamotage che potrebbe far pensare ad una qualche velleità artistica (a volte, i registi di film di serie B, giocano con riferimenti filmici colti, giusto per far capire che hanno studiato). Ma l”arte” filmica prima e letteraria dopo (quella di Poe, appunto), non c’è.
E’ un film horror, sia ben chiaro. Gli ingredienti ci sono tutti. C’è la suspense, ci sono delitti “fantasiosi”, c’è il sangue, le tombe, la morte, il corvo. Gli effetti speciali non sono un granché, ricordano i bei tempi lontani in cui la salsa di mirtillo (se non proprio il ketchup) scorreva copiosa.
Poe è passato alla storia come uno dei massimi esponenti dell’horror psicologico, ma di “psicologico” nel film c’è poco. Si dipana sulle orme di un serial killer che uccide ricalcando situazioni descritte nei racconti più noti dell’autore (I delitti della Rue Morgue, Il pozzo e il pendolo, l’Ammontillado, Il cuore rivelatore, La maschera della morte rossa, Il mistero di Marie Rogêt, La verità sul caso di Mr. Valdemar).
Anche se, quasi alla fine della fiera, mi è sembrato di notare un “vago” errore letterario, in occasione dell’ennesimo delitto. L’ispettore incaricato di seguire le indagini chiede: “ha mai scritto un racconto in cui parlava di un marinaio?” e Poe risponde di no, dimenticando (forse) di essere l’autore della Storia di Arthur Gordon Pym (storia di un clandestino – ok, non proprio un marinaio, ma quasi – che sopravvive al naufragio della nave su cui è imbarcato grazie – anche – al cannibalismo).
I personaggi sono mal inseriti nella storia. Sembrano piombati nella pellicola sbagliata, per caso.
Poe-Cusack non fa che bere e parla in modo aulico ed ottocentesco anche quando ordina frittata&cipolle (non è vero, non lo si vede mangiare mai, ma è per rendere l’idea) ed inaspettatamente, quando la storia è quasi all’epilogo, si lancia in un riassunto autobiografico delle sue miserie passate che quasi ci si aspetta di sentirgli dire “l’ho letto su wikipedia”…
Il Detective Fields (Luke Evans, l’Apollo di Scontro tra titani, diretto da Louis Leterrier nel 2010), dimentica di essere nel XIX secolo e sfoggia conoscenze da comportamentista criminale (alla Criminal Minds) ed organizzazione alla FBI (che però sarà fondata solo nel 1908, ovvero 50 anni dopo lo svolgersi degli eventi descritti nel film).
Emily (Alice Eve), promessa sposa di Poe, poi rapita dal killer per attirare l’attenzione dello scrittore, è passata da Sex and the City 2 ad essere sepolta viva, in un niente.
La storia si evolve, l’assassino è svelato (non è il maggiordomo), la bella è salva, Poe finisce sulla panchina del prologo, sotto la neve. Morirà avvelenato, per soddisfare i desideri del killer e salvare la sua bella.
Anche se la storia ci ha raccontato di una morte per “febbre cerebrale” (pietoso eufemismo per “morto alcolizzato”), poi smentita di recente (i sintomi descritti dai testimoni di allora erano quelli della rabbia).
Se avete amato i racconti di Poe (è stata la mia ossessione per un paio d’anni, durante l’adolescenza), questo film vi deluderà. Se non li avete letti, potrete godervi un horror (quasi) poliziesco, pieno di riferimenti letterari che non vi diranno nulla (meglio!).